Diavoli, diavolesse e diavolerie in Romagna

Nei racconti popolari della Romagna un posto di rilievo è dedicato agli esseri fatati.
Uno studio pubblicato nel 1927 da Nino Massaroli (''Diavoli, diavolesse e diavolerie in Romagna'') rappresenta quasi sempre la fata, ''quale fiorisce nelle novelle del focolare romagnolo, sotto forma di una veccia-vecchina; pulita, linda, dall’aria casalinga e simpatica di nonnina (…) Essa ha un preciso e gentile incarico, un esatto compito: disfare i malefici delle streghe; difendere le creature prese di mira dai geni del male, dai mostri della notte (…) Le fatine romagnole amano mostrarsi sotto forme piccolissime (…) La fata romagnola abita nella cappa del camino, sulla quercia dell’aia, nei pignattini del pagliaio'' (il pagliaio romagnolo s’erge sull’aia a forma conica retto da un’asta interna, sulla cui cima mettono un orinale od un pignattino per scongiurare le streghe).
Le fate romagnole dispensano protezione in particolare ai bimbi appena nati. Per ricevere la loro benevolenza occorreva svolgere vari rituali scaramantici come quello di offrire ''pani bianchi o rosate focacce (…) durante il loro passaggio, che in vari luoghi dell’Alpe di Romagna, avviene al vigilia dei morti, o la notte di Natale o dell’Epifania oppure recitare paròl faldédi'' (parole fatate) ''ed anche formole d’invocazione che in Romagna Toscana usavano dire a propiziarsi la fata del mattino nel mettersi in viaggio, e che vive tutt’ora in bocca ai fanciulli romagnoli: Turana, Turana -
Rispondi a chi ti chiama -
Di beltà sei regina -
del cielo e della terra -
di felicità e di buon cuore''


Alle fate è infine dedicato un racconto ambientato nelle colline fra Castrocaro e Faenza:
''Sotto Monte Sassone, accanto ai ruderi del castello della Pré Mora (Pietra Mora), nel banco dello spungone sullo strapiombo della voragine del rio della Samoggia, fra le colline a monte di Faenza e Castrocaro nella zona di demarcazione dell’antico confine fra la terra del Papa e quella del Granducato, sono scavate le quattro grotte delle fate (chiamate anche busa – buca - e camaraz – cameraccie). Questa pietra era un prodigioso palazzo, nei lontani millenni delle Fate che lo disertarono quando l’uomo non credette più alla poesia, ma vi lasciarono, pegno del ritorno, i loro magici telai d’oro, su cui l’anima tesseva le canzoni che nessuno sa più ! E perché l’uomo non ne facesse sua preda, confidarono la guardia dei telai a un biscione che sibila minacce e con un soffio precipita nella voragine le ladre scalate, quando mai tentassero le porte inviolabili''. [L. de Nardis, ''La Piè'', 1925]

lume a marzo

Formule per bruciare l'inverno e difendere i raccolti

E' la tradizione ad alimentare i fuochi di San Giuseppe. Una tradizione mai sopita, antica come buona parte delle culture. Il culto di San Giuseppe è antichissimo, anche se nell'occidente si diffuse solo nel 9° secolo, per diventare poi liturgico nel 1400. La vecchia tradizione risulta comunque assai più antica: l'origine è da far risalire alle feste compitali che onoravano, con i fuochi,la nonna dei Lari, la dea Larunda e la dea Mania, l'immagine della quale era esposta sulle facciate delle case. Altre ricerche confermano che l'accensione dei fuochi in marzo era anche una tradizione dell'antica Roma: i pastori cercavano con questi falò di propiziarsi anche i favori della dea Palilia, protettrice dei raccolti e delle messi. Alcuni ritengono addirittura che i falò abbiano addirittura tradizioni celtiche. In epoca moderna i contadini bruciavano le potature poiché, in questo modo si bruciava ed esorcizzava l'inverno (e il maligno). Spesso il fantoccio di una strega veniva posizionato sulla catasta di legna.Infine, sempre legata a marzo e alla luce, c'è un'altra curiosa usanza che è stata attiva in Romagna fino a tutto il 1800: quella di mostrare il deretano al dio Sole. Ma non si trattava di un segno di spregio: era un modo per preservarsi dalle scottature della pelle (facili nel periodi di lavoro nei campi) ma soprattutto per difendere i raccolti. Allo spuntar del sole, i romagnoli si scoprivano il deretano e lo mostravano al sole nascente (c'era chi saliva anche sul tetto di casa per farlo). La formula da recitare era: "Merz, cùsom quest e nò m'cusr ét" (Marzo,abbronzami questo e non cuocermi altro).

Filippo Cappelli (corriere.romagna.it 18 /03/ 2003)

S. Antonio Abate

l culto di sant’Antonio è ancor oggi diffusissimo. Da sempre, nelle nostre campagne, l'immagine del Santo è presente nei luoghi dove vivono e riposano gli animali domestici. A volte, a far bella mostra sul retro dell'ingresso della stalla, è una formella in ceramica finemente dipinta, il più delle volte, un santino lordo e spiegazzato di nessun valore artistico. Qualunque sia la forma, la sostanza non cambia. Il famoso abate egiziano è sempre lì, con le vesti da eremita, la lunga barba bianca, il bastone a Tau, il porcellino e una vivida fiamma ai piedi.
Ma vediamo chi era questo Santo, e perché è diventato il principale patrono degli animali. Antonio abate (così chiamato per distinguerlo dall'altrettanto famoso Antonio da Padova), nacque a Coma, in Egitto, nel 251, nazione dove morì a 105 anni, dopo una vita spesa a vagare nel deserto.
Considerato il patriarca di tutti i monaci, a vent’anni si spogliò dei suoi beni e si dedicò all’ascetismo. Per quattro lustri visse di solo pane e acqua nella meditazione e nella preghiera. Di grande saggezza spirituale, Antonio raccolse intorno a se un gran numero di discepoli. Gran parte del culto popolare di Antonio deriva dalla fama di guaritore dall’herpes zoster, detto appunto fuoco di sant’Antonio. Si narra che i seguaci del Santo, per meglio soccorrere i malati che si recavano ormai senza speranza alla chiesa francese di Saint-Antoine de Viennois, luogo dov’erano conservate le reliquie, decisero di costruire un ospedale e dei ricoveri. Ebbe così origine l’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. Per assicurare la sussistenza ai malati e ai religiosi, si narra che venissero allevati dei maiali destinati alla macellazione, lasciati liberi di vagabondare per il paese e mantenuti dalla carità pubblica. Necessità sopraggiunte vietarono la libera circolazione degli animali nella città, fatta eccezione per i maiali degli Antoniani che, da allora, dovettero portare come riconoscimento la celebre campanellina al collo. In realtà, molti sostengono che gli attributi e i patronati del Santo abbiano un'origine più antica, profonda, in qualche caso addirittura pagana, come la data nel quale è festeggiato (il 17 gennaio), corrispondente alle Feste sementine romane, dove già la dea Cerere veniva placata con sangue di una scrofa gravida.
In questa ricorrenza è usanza benedire gli animali domestici sui sagrati per preservarli dalle malattie e rinnovare le immagini del Santo nelle stalle a scopo propiziatorio. Per la festa del loro protettore, poi, le bestie venivano trattate amorevolmente, ben nutrite, esentate dal lavoro e, ovviamente, non potevano essere macellate. Si dice infatti che, in questa magica notte, gli animali acquistino la parola. In Romagna, era altresì tradizione dare agli animali ammalati un pezzetto di pane benedetto il giorno di sant'Antonio, affinché guarissero, oppure tre fave nere, ideali anche per facilitare lo sgravio delle vacche.
Il qualche luogo, infine, si celebra ancora la lotteria del porco grasso (La lutarì de pörc grass), come in Romagna, o si fanno scorpacciate di gnocco fritto, come è usanza a Guastalla: Sant'Antòni chìssulèr che al darsèt al vén ad snèr (Sant'Antonio gnoccolaio che viene il 17 di gennaio).

Perché si spopola la MONTAGNA ?

Perché si spopola la MONTAGNA ?
[Il Montone – numero unico dei lavoratori della vallata del Montone - 1 febbriaio 1954]

«A S. Martino sono iniziati i trasferimenti dei contadini, trasferimenti che durano tuttora.
In questo periodo più che mai si nota la fuga delle famiglie coloniche dalle zone montane. Molti poderi vengono definitivamente abbandonati , le stalle restano chiuse, i campi restano incolti.
Tutto questo avviene perché i contadini della montagna non possono vivere nelle case semidiroccate, in luoghi dove mancano mancano strade e fonti, dove la terra è avara. Con l’abbandono dei poderi, tutto cade definitivamente in rovina e l’impoverimento della zona montana si estende di anno in anno come una macchia d’olio.
... L’ingiustizia dei contratti agrari, l’esosità delle tasse (prima fra tutte l’imposta di bestiame), la grettezza dei padroni che vogliono costringere i contadini ad una vita umiliante in case che sono veri tuguri, queste sono le cause dello spopolamento della montagna.

Il vero abbandono

“Gli abitanti della nostra montagna in ispecie, furono fino ab antiquo ritenuti nel concetto di popoli primitivi, di delinquenti morali, mancanti di onestà e di galantonismo, e ciò anche specialmente da parte dei signori e della classe dirigente del nostro paese. Questo malaugurato e falso concetto fece sempre dubitare i signori dell’onestà dei propri coloni montanari … Ma se si fosse invece riguardato con occhio più umano e benevolo i sacrifici, gli stenti, le fatiche di questi poveri abitatori della montagna, veri servi della gleba … ed a tutto questo aggiungete il disagio della vita, gli stenti, le fatiche da bestie, la mancanza di strade, lo stato di vero abbandono in cui è lasciata la nostra montagna priva di medici e di ogni altro conforto sociale, e ben si capirà quanto sia giustificata l’emigrazione all’estero che va prendendo proporzioni sempre maggiori. Ed i giovani son già partiti, le braccia utili per il lavoro sono andate a cercarlo in altre località; non restano che i vecchi che ormai aaspettano di emigrare per l’altro mondo.”
(in Rivista economico-agraria Toscana – organo dell’associazione agricola Tosco-Romagnala A. II n.1 Firenze 15 gennaio 1906 )

Miserie, stenti e debiti

“Io che vivo fra queste tranquille popolazioni; io che conosco i costumi e gli usi dei poveri abitanti di campagna, che non hanno da sfamarsi in proporzione di quanto lavorano; che non hanno da ricoprirsi sufficientemente dalle intemperie e dalle nevi appenniniche, nelle stamberghe, che sono asilo malfido di tanta gente rurale, io che so, per la professione che esercito, come in molti di quegli abituri non è possibile il ristoro di un momento perché gli abitanti mangiano quello che umanamente non si può mangiare, perché vivono dove la vita deve rendersi misera e derelitta … la sorte del misero proprietario, che lavora il suo fondo, è più triste di quella del mezzadro delle nostre località: dove se al colono è possibile campare la vita ancora la vita nei mesi di maggiore bisogno, negli anni di scarsezza del raccolto affidandosi ai padronati ricchi: non è possibile al piccolo proprietario di montagna resistere alle miserie di una vita piena di stenti e di debiti e nel naufragio generale, è il pesciolino ingoiato dall’usura!”
(in Bollettino della federazione Tosco-Romagnola per la riforma forestale A. 1 n.1 Firenze 15 gennaio 1905)

L'eredità del contadino

Un contadino, presso a morire, chiamò i suoi figli, e disse loro: «Io ho sepolto un grande tesoro nei campi. Lo lascio a voi; ma cercatelo».
I figli, dopo la morte del genitore, cominciarono a scavare nelle loro terre per trovare il tesoro. Essi non scopersero nulla; ma la terra lavorata profondamente diede straordinarie raccolte; ed i figli si persuasero che questo fosse il tesoro del morto padre.
(Paolo Fabbri, Favole raccolte sui Monti della Romagna toscana, in Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari", voi. XXVI)