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L'eredità del contadino

Un contadino, presso a morire, chiamò i suoi figli, e disse loro: «Io ho sepolto un grande tesoro nei campi. Lo lascio a voi; ma cercatelo».
I figli, dopo la morte del genitore, cominciarono a scavare nelle loro terre per trovare il tesoro. Essi non scopersero nulla; ma la terra lavorata profondamente diede straordinarie raccolte; ed i figli si persuasero che questo fosse il tesoro del morto padre.
(Paolo Fabbri, Favole raccolte sui Monti della Romagna toscana, in Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari", voi. XXVI)

Le tre montagne d'oro e l'albero del sole

Guglielmo con le guerre aveva perduto il suo stato. Il Mago gli diede una spada da riconquistarlo, ordinandogli di riportargliela, quando avesse finito, alle Tre montagne d'oro e l'albero del sole. Guglielmo, tornando a guerreggiare, riconquistò colla spada del Mago tutto il suo regno; e, rammentandosi dopo quattro anni dell'ordine del Mago, salutò la famiglia e partì. Cammina, cammina, cammina, finalmente una sera vede lontano un lumicino in una macchia. Arrivato trova una capanna, bussa all'uscio, e gli apre un vecchio. Guglielmo gli domanda se sapesse dove fossero le Tre montagne d'oro e l'albero del sole; a cui l'altro rispose: - Io son vecchio stravecchio, ma non ho mai sentito rammentare le Tre montagne d'oro e l'albero del sole. Potete camminare ancora cinquecento mila miglia, ché vi sta una mia sorella, la quale lo potrebbe sapere. - Guglielmo va via; e cammina, cammina, cammina, finché vede apparire un altro lumicino, ed arriva ad una capanna, dove una vecchia, giaciuta in un canto, alla sua domanda risponde: - Io son vecchia stravecchia, ma non ho mai sentito rammentare le Tre montagne d'oro e l'albero del sole. Forse potrebbe saperlo una mia sorella, che sta lontano di qui cento mila miglia. - Guglielmo parte, e, cammina, cammina, cammina, vede lontano lontano sul far della notte un altro lumicino, arriva ad un'altra capanna: gli viene aperto da una vecchia, alla quale pure domanda se sappia, ove siano le Tre montagne d'oro e l'albero del sole. Ella rispose: - Io sono vecchia stravecchia, ma non ho mai sentito rammentarlo. Però ho sette figlioli, che lo possono sapere: uno di questi è il Vento ed un'altra la Bora. - A sera avanzata i figli si riducono a cena. Arriva il Vento: Uuuh! o mamma, cosa avete fatto da cena? - - Ho fatto la polenta. - - Oh bona, bona, bona!
- Dopo che hanno mangiato, Guglielmo domanda ai figli se sanno dove siano le Tre montagne d'oro e l'albero del sole. Il Vento rispose:
- Io giro tutto il mondo, ma non l'ho mai sentito rammentare. - Mancava ancora la Bora, che quel giorno era andata molto lontano. Finalmente arriva la Bora: - Iiiih! o mamma, cos'avete fatto da cena? - - Ho fatto la polenta, ma non ce n'è rimasta punto: ti farò una piadina. - - Oh bona, bona, bona! - Quando la Bora ha mangiato, Guglielmo le fa la sua solita domanda. - Oh, oh! - rispose ella - c'ero anche oggi a fare il bucato, e domani vi torno ad asciugarlo. - La mattina per tempo Guglielmo partì colla Bora. Quando furono presso le Tre montagne d'oro e l'albero del sole, la Bora disse a Guglielmo: - Se vuoi andare a casa del Mago, mettiti lì vicino al pozzo. Il Mago ha tre figlie, che verranno ad una ad una a lavarsi: prima verrà la maggiore, poi la mezzana; e tu lasciale fare. In fine verrà la più piccola, alla quale tu porterai via i panni: ella t'insegnerà il modo di trovar suo padre. - Guglielmo si mette vicino al pozzo: arriva la figlia più grande del Mago, si spoglia e si tuffa nel bagno; poi si asciuga, si riveste e parte. Arriva la seconda e fa altrettanto. Finalmente arriva la minore, che si chiamava Ermelinda, si spoglia anch'essa ed entra nell'acqua. Ma quando torna per vestirsi, non trova più i panni e comincia a piangere. Guglielmo le si avvicina dicendo:
- Io ti ridò i tuoi panni, purché tu mi dica come ho da fare per veder tuo padre. - E la fanciulla risponde; - Io t'insegnerò la porta: tu devi entrare, e tutte le statue ti chiameranno: "Guglielmo, Guglielmo!". Ma non ti volgere, perché diverresti anche tu una statua. Poi il babbo ti ordinerà molte cose; e tu domanderai a me come devi fare. - Così favorito dalla fanciulla Guglielmo batte alla porta; e di dentro si domanda: - Chi c'è? - - Guglielmo. - - Fatelo passare - disse il Mago.
Guglielmo, restituita la spada, chiese d'andarsene. - Troppo presto, Guglielmo! - rispose il Mago: - Guarda questa massa di lino e di fave: domattina, se vuoi partire, dev'essere scevrato l'uno dalle altre. - Guglielmo, non sapendo come fare, si mette a piangere. Lo vede Ermelinda, e gli domanda che cos'ha; ed egli le manifesta il suo imbarazzo. Allora la fanciulla gli dice: - Fatti dare un sacco di noci piccole e grosse ed un martellino da schiacciarle: dalle prime usciranno le formiche le quali porteranno da una parte il lino, dalle più grosse quelle che porteranno le fave dall'altra parte. - Guglielmo tanto fa: schiaccia le noci per tutta la notte; e la mattina il Mago vede il lino separato dalle fave. - Or posso andare? - chiede il giovane. - Troppo presto, Guglielmo - risponde nuovamente il Mago; e fattagli vedere una ripa sotto la sua finestra, continua:
- Dov'è quella ripa domattina ci dev'essere un bel giardino coi fiori di tutte le qualità e cogli uccelli a cantare sulla vetta degli alberi. - Ermelinda, visto Guglielmo disperato e saputane la cagione, andò a leggere fra i libri del Mago: leggi, leggi, leggi, finalmente trova quello che doveva fare. Tornò da lui e gli disse: - Fatti dare un pane con companatico ed una bottiglia di vino; e prendi una zappa, un badile ed una carriola. Poi mettiti a mangiare: mentre mangi, la zappa scaverà la terra, il badile la metterà nella carriola, e la carriola la porterà via. Quando avrai vuotata la bottiglia, vedrai il giardino bell'e fatto. - Guglielmo seguì il consiglio della giovane; e la mattina seguente il Mago ancora in letto udì gli uccelli cantare davanti alla sua finestra, e sentì il profumo dei fiori, che penetrava nella sua camera. Si levò, aprì la finestra e con gran maraviglia vide il bel giardino fatto da Guglielmo. Questi tornò a chiedere d'andarsene; ma il Mago gli ordinò di compiere un'altra impresa. - È quarant'anni - disse - che mi son fatto lo sposo; e nel passare il mare mi cadde l'anello del matrimonio. Tu me lo devi ritrovare per domattina. - Poco dopo Guglielmo fu visto piangere di nuovo da Ermelinda, che gliene domandò la cagione. - Vuoi che non pianga? - disse - tuo padre vuol che gli ritrovi l'anello che perdette passando il mare! - Ermielinda, tornata a leggere i libri del padre, venne a dirgli: - Tu devi tritar me fina fina come la carne delle salsicce, mi devi mettere in una truffa legata ad un grande capestro e gettarmi in mare. Quando avrò trovato l'anello, verrò a galla e tu mi tirerai alla sponda. Ma bada di non addormentarti, perché io posso venire solo per tre volte. Bada anche nel tritarmi che non ti caschi neppure una gocciola del mio sangue: si perderebbe qualcosa del mio corpo, il padre se ne accorgerebbe e saremmo morti tutti due. - Guglielmo non aveva cuore di ucciderla; ma alla fine, costretto dalla necessità, si mise ad eseguire i consigli di lei.
Quando la truffa con Ermelinda dentro fu sotto l'acqua, vi stette tanto tempo che Guglielmo si addormentò. Ermelinda, dopo aver girato tutto il fondo del mare e trovato l'anello, venne a galla e tirò la corda; ma Guglielmo non rispose. - Oh Dio! - pensò ella - dorme! - e si rituffò nel mare. Dopo un pezzo tornò a galla, e tirò nella corda con tutta la forza che aveva; ma Guglielmo dormiva ancora. Ermelinda disperata si sprofondò nuovamente sotto il mare, e vi stette lunghissimo tempo. Finalmente ritornò per la terza volta sopra le acque, e tirò la corda con tanta violenza che si trascinò Guglielmo dietro un pezzo per il lido, tanto che egli si svegliò. Allora Ermelinda gli consegnò l'anello e gli disse: - Guarda: si vede che ti è caduto un po' di sangue, perché mi manca un pezzo del dito mignolo. Domattina il babbo ti vorrà dare in isposa una di noi tre: ci vestirà tutte ad una maniera coi guanti, e ti farà scegliere. Tu tastaci le mani e mi riconoscerai. - La mattina seguente infatti il Mago, contentissimo dell'anello, offerse a Guglielmo la scelta della sposa tra le sue figlie; e Guglielmo si prese Ermelinda. E in quello stesso giorno con un bel desinare si celebrarono le nozze.
La sera il Mago e la moglie stabilirono di mangiarsi i novelli sposi; ma Ermelinda sulla mezza notte disse a Guglielmo: - Sai? ho paura che i nostri due vecchi ci vogliano mangiare. Fuggiamo! - Si levano: Ermelinda prende una lesina ed una brocca d'acqua. Vanno nella stalla e prendono i due migliori cavalli, l'uno dei quali camminava a pari col vento, l'altro quanto la mente dell'uomo; e fuggono.
I due vecchi, andati per mangiarseli, trovano il letto ancor caldo; e presi dalla rabbia, sebbene manchino i due migliori cavalli, si mettono ad inseguire gli sposi. Dopo un lungo tratto di cammino Ermelinda si volse indietro, vide venire i crudi genitori, e disse a Guglielmo: - Oh Dio li abbiamo dietro, quei brutti vecchiacci - Gettò via la lesina; e subito nacque fra loro e gl'inseguitori una foltissima macchia di pruni, per mezzo alla quale il Mago e la moglie rimasero lungo tempo impacciati.
Finalmente Ermelinda vedendoli di nuovo getta via un po’ d'acqua della bottiglia; e subito sommerse i vecchi coi cavalli fino alla gola. Cammina, cammina: ecco che Ermelinda li vede venire per la terza volta; e getta via la bottiglia, dalla quale nasce una fiumana sterminata, e i due vecchi affogano. Così liberatisi i giovani sposi arrivarono nel loro regno, ove con gran festa dei parenti si terminarono le nozze. Io era sotto la tavola: mi gettarono un osso, che mi rimase nella gola, e ce l'ho ancora.
(Paolo Fabbri, Novelle popolari raccolte sui Monti della Romagna toscana, in Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari, voi. XXIV, '909, pp. 155-159).