Novelletta maliziosa sulle antipatie che dividevano un tempo borgo da borgo e gente da gente

Quando San Pietro viveva fra gli uomini un giorno si dipartì da Forlì con un cesto ricolmo di male femmine cui doveva donar loco.
Risalì la val di Montone: e il cesto pesava greve come il peccato. Il santo faceva fatica grande.
Ed ecco che cominciò per suo sollievo a disseminar qualche pizzico delle malnate a Terra del sole. Poi dovette continuare con qualche manciatella a Castrocaro.
Ma andando passo dietro passo, vieppiù la strada si faceva erta e più aumentava il pondo del cesto.
E così più si faceva sentir forte la fatica.

Il Santo giunse a Dovadola che se ne sentiva schiantato.
Tanto che a Dovadola ribaltò deciso il cesto e vi dette anzi, dal fondo rovescio, un colpo della mano, che niuna donna vi rimanesse dimenticata, come l’inutile festica.

E così che Dovadola è rimasto loco dove le puttane son molte; che d’incontro, più su, a Rocca, puttane non ce ne sono punte, se è vero, come è vero, che San Pietro vi giunse, proseguendo suo cammino per l’erta valle, col cesto svuotato.
Paese di gran brava gente, Rocca !

L. De Nardis A la garboja da La Piê anni 20

La muntagna la ie bela mo la vita la ie dura !

Chi partendo dalla pianura, transita per la collina ed arriva nell’alta montagna romagnola, spaziando con l’occhio contempla spettacoli suggestivi e indimenticabili. Quercie, faggi, abeti, pini, prati e selve, pascoli e seminativi, magnifici bovini ed ovini, selvaggina varia, ricchi e limpidi corsi d’acqua, serpeggianti mulattiere, casolari sparsi, carbonaie fumanti, cataste di legna, funicolari, importanti centrali elettriche, roccie, paurosi burroni, florica e robusta gente montanara: ecco in sintesi la pregevole montagna romagnola … [dove] regna un certo disordine nella coltivazione che crea squilibri di produzione, danni alla struttura idrogeologica e disagio economico dei montanari. Infatti si vedono zone che, per la lro conformazione dìfisica e geologica, anziché essere rimbonscate sono coltivate a normale rotazione agraria e viceversa; zone in cui avviene il disboscamento anzitempo; altre coltivate sempre in una determinata coltura di immediato reddito. … E purtroppo i montanari, che hanno compreso l’abisso sociale che li separa da altre categorie di lavorartori della pianura, si orientano verso il piano. E lo spopolalemento è un fenomeno grave per la montagna. [1]
Nella collina forlivese i fenomeni di degradazione del terreno raggiungono una intensità notevole da portare lo squallore ed il deserto in intere ampie zone. … i fenomeni di degradazione sono in continuo aumento, minacciano la stabilità di abitanti, di strade pubbliche, di fabbricati colonici, di campi e coltura. …. [2]
Nell’800 il granturco, il frumento, il vino, il lino, la frutta, la seta greggia costituivano i prncipali prodotti dell’agricoltura in pinaura, unitamente al pollame, ai suini ed ai derivati della lavorazione delle loro carni, ai formaggi pecorini. … nell’alto appennino greggi di pecore e poco bestiame bovino sfruttavano i pascoli, mentre il terreno coltivato (grano, alberi da frutto e ortaggi) era poco e serviva, quasi esclusivamente, per il sostentamento della famiglia colonica. Dalle boscaglie si ricavavano legna e carbone. Sui colli si coltivavano viti, gelsi e pochi ulivi. … Tutta la campagna romagnola in pianura e in collina era caratterizzata da un susseguirsi di appezzamenti di terreno produttivo di forma rettangolare, delimitati nei due lati maggiori da filari di viti intercalate da olmi (Ulmus campestris) o anche da gelsi (Morus alba o Morus niger) collegati l’un all’altro da robusto filo metallico disposto orizzontalmente, lungo il quale si stendevano i tralci delle viti. Le foglie degli olmi venivano usate per l’alimentazione dei buoi e delle vacche; quelle dei gelsi per l’allevamento del baco da seta, largamente diffuso. … erano presenti ovunque le siepi ai lati delle strade, lungo i fossati, attorno alle case coloniche, alle ville (dimore estive di benestanti e proprietari terrieri), nei giardini e nei parchi, attorno alle scuole di campagna, nei cimiteri ….
L’agricoltura si trasforma, il lavoro animale viene sostituito dalle macchine; la guerra tutto travolge e sconvolge, e così il dopoguerra. Scopaiono i fileri delle viti, la mezzadria finisce.
La Romagna degli anni ’50 (del ‘900) è interessata dal fenomeno dell’abbandono dei campi … in collina e in montagna è quasi un esodo, tanto dominuiscono lee unità lavorative impegnate nei lavori agricoli; in pianura sono soprattutto i giovani che preferiscono occuparsi nelle industrie e nelle attività terziarie … In collina si va verso un’agricoltura prevalentemente cerealicolo-zootecnica, mentre in montagna, interessata da un vasto fenomeno di spopolamento, si intensificano i rimboschimenti e il miglioramento dei prati-pascoli con conseguente indirizzo zootecnico intensivo silo-pastorale. [3]
L’agricoltura collinare si sviluppa dai primi declivi sino ai 450/500 metri di altitudine. E basata pricnipalmente sulla coltivazione del grano e delle foraggere ed in minor misura sulle piante sarchiate e sulla viticoltura, che è prevalentemente consociata, per la scarsità dei vigneti. Le piante fruttifere sono assai poche e per lo più sparse od in filari. I frutteti sono assai rari di lititasssima estensione. Non esite una rotazione regolare. In generale metà della superfice e anche più viene coltivata a cereali e l’altra parte è occupata prevelentemente dal prato artificiale ed in assai minor misura dalle sarchiate. Le produzioni … sono piuttosto basse. … le attrezzature del podere sono … ridotte al minimo indispensabile … l’aratura meccanica … è fatta quasi esclusivamente da artigiani che lavorano per conto terzi.
L’economia montana poggia, olttrechè sul bosco, quasi comptemante sugli allevamenti zootecnici. … Le condizioni di lavoro sono spessso diffficili per il frazionamento del podere, la sistanza degli appezzamenti, le pendenze accentuate delle terre e, la vita du tanti coloni e coltivatori diretti è tutt’altro che comodo.
Numerosi sono i poderi lontani dalle vie rotabili e collegati a queste da impeervie mulattiere, talvolta e per lungo tempo, anche impraticabili. L’acqua potabile non di rado è scomoda e lonatana. Le abiatzioni sono sovente insufficienti e non igeniche. La luce elettrica … è ancora negata a troppi.
Se a tali condizioni si aggiungono la bassa produttività delle terre e l’insofferenza di molti giovani alla grave sperequazione, fra le condizioni statiche di vita del monte e la decisa evoluzione della collina e più ancora del piano, si trovano i motivi fondamentali, se non unici, dell’esodo di molte famiglie che lasciano i poderim talora ininterrotamente coltivati d per generazioni. Molti lavoratori teendono al paese, ai piccoli centri, lasciando la coltivazione dei campi, illusi da chissà quali miraggi e finiscono invece per ingrossare lentamente le file dei disoccupati. … così crescono i poderi «abbandonati».
Le nostre colline sono indubbiamente fra le più povere: la loro densità demografica non può essere più contenuta o nutrita da una agricoltura sempre più povera e decadente … l’avere nei secoli e nei decenni passati aggredito senza pietà e senza disciplina la foresta e il bosco ed imposto al suolo un «seminativo» quasi «nudo» è venuto determinando un disorrdine geo-idrologico tale da mettere in pericolo tutta l’economia agraia …
Lungo tutto il crinale appenninico il fenomeno [dei poderi «abbandonati»] assume tonalità e forme allarmanti. Nella zona collinare-montana della prrovincia di Forlì e di Ravenna ci sono oggi dai trecento ai quattrocento poderi «chiusi» e «abbandonati».
Spesso povere famiglie partono senza sapere dove andare; si rifugiano, talora, può dirsi, all’adiaccio, in locali di fortuna, in attesa di qualche «occasione», preda e strumento, spesso, di facili «imbonitori» in agguato. Dalla pianura, poi, salgono i cosidetti «ingaggiatori» di famiglie montanare per i poderi di pianura, dove avviene un fenomeno analogo … I giovani abbandonano volontariamente la terra; i vecchi non ce la fanno più. [4]
La legge 3 maggio 1982 n. 203 ha definitivamente cancellato dalle campagne le ultime vestigia della mezzadria; un contratto agrarrio che segnato per secoli il mondo agricolo, in particolar modo fra Romagna, Toscana, Umbria e Marche.
La mezzadria ha lasciato impronte delebili nel paesagggio, neell’agricoltura rurale; neelle consuetudini alimentarri, neella mentalità e nella cultura degli abitanti …
«I monti dell’Appennino che dividoni il Mugello dalla Romagna e così una parte della Romagna e del Casentino - scriveva nel 1778 il Granduca riformista Pietro Leopoldo - erano prrima tutti vestiti di boschi di faggi […] abolite che furono le leggi proibenti il taglio dcei boschi, non essendo stati espressamente eccetttuati gli Appennini […] cominciarono a devastaarli con fare i cosidetti ronchi, i quali consistono nel tagliare la maccchia, bruciarla e poi zapparla e lavorarla per seminarvi il grano, il quale per 2 o 3 anni riesce otttimamente, ma poi dopo al terra smossa e non più ritenuta dall’erba e dagli alberi e portata dalle precipitose pioggie nei fiumi di cui rialza i letti con pregiudizio della pianura, la montagna resta di scogli nudi» …
Ovviamente la distruzione dei boschi, praterie e campi era tutt’altro che omogenea nell’ampio terrritorio considerato, ma solamente nelle più basse cominità come Terra del Sole e Castrocaro e nei dintorni di Civitella essi lasciavano il posto alla coltura promiscua di erbe e piante, viti soprattutto. Nelle altre terre coltivate erano i seminattivi nudi a prevalere mentre la vite era coltivata ovunque le condizioni del suolo lo permettessero «in appezzamenti isolati, potata a mezzo braccio da terra», sui terrazzamenti che «hanno spetto quasi di grandi scale appoggiate sui monti». [5]

1 - Fiorello Jonta Giornale dell’Emilia 9 maggio 1951
2 - Fiorello Jonta Pensiero Romagnolo 26 gennaio 1952
3 - Alberto Silvestri “aspetti ecologici della Romagna del Pascoli” Studi Romagnoli 1993
4 - La valle del Savio - Numero speciale dei quaderni del Corpo forestale dello Stato dedicato alla “terza festa Nazionale della Montagna” in Forlì 1954
5 - Dante Bolognesi - il podere e il contadino in la terra a metà longo editore 1995

DEL CARATTERE DEGLI ABITANTI

Dice un proverbio popolare "guardati da toscan rosso, da lombardo nero e romaguolo d’ogni pelo"

Nella Descriptio Provinciae Romandiole del 1371, il cardinale Anglico De Grimoard, legato pontificio per le terre della Chiesa in Italia, definisce i romagnoli passionatissimi.

Nel Principe, Nicolò Machiavelli descirve la Romagna quella provincia era tutta piena di latrocinii, di brighe e di ogni altra ragione di insolenzia.

Il Gucciardini, governatore della Romagna fra il 1524 e il ’26, definisce i romagnoli disonesti, maligni e non conoscono l’onore.

Nel 1533 Annibal Caro, segretario di mons. Guidiccioni, presidente di Romagna, dichiara che la nostra terra è piena d’arme, d’huomini, di rapine, di violenze e latrocinii.

Una descrizione anonima della Romagna redatta fra il 1621 e il 1634 avverte che due cose li fanno parere uomini di mal ingegno e di poco intelletto: l’una è l’ozio, l’altro è la fazione.

Guglielmo Ferrero, medico psichiatra positivistico, alla fine dell'Ottocento in un suo libro dedicato a "Il Mondo criminale italiano" , così descriveva i romagnoli:
La Romagna è uno degli ultimi e meno imperfetti esemplari che rimangon in Europa, di società a tipo di violanza … nelle abitudini e nei sentimenti più comuni si capisce subito che la Romagna è un paese uscito appena appena dal periodo della violenza privata … una questione di confini è risolta tra due litiganti poco pazienti a schippettate … il romagnolo è geloso di questo onore ed è pronto per difenderlo a sparger sangue … nessun vero romagnolo esiterà a sparare sull’amante di sua moglie o a intimare al seduttore di sua figlia o della soretta il matrimonio sotto minaccia di morte …. la minaccia: ti ammazzerò è presa sempre sul serio anzi sul tracico in Romagna: e quindi i ferimenti e le uccisioni per legittima difesa, gli eccessi di difesa, sono molto frequenti. … così tutti vanno armati … senza armi un buon romagnolo non si sente interamente vestito e interamente uomo …


Nel 1854 il "ch. Ab. Cav. Giovanni Mini di Castrocaro", pubblica una piccola enciclopedia della Romagna Toscana e nell’introduzione tratteggia il carattere degli abitanti come se fossero essi stessi elementi di un paesaggio idilliaco … alla dolcezza del clima e alla vivezza dell’aria fanno bellissimo riscontro la mitezza dei costumi, la svegliatezza e versatilità degl’ingegni e le artistiche disposizioni …
… Per carattere poi gli stessi abitanti di questa nostra regione sono generalmente franchi, leali, e sentono prepotentemente l’amor della paria comune e del luogo nativo: inclinati al ben fare, proclivi all’ira, e ne’ loro propositi molto tenaci: ma se traviano, divengono facilmente cattivi …


L’autore, mosso da nobile scopo intellettuale e da partigianeria per la propria terra, attraverso questa prosopopea adulatoria e lusinghiera si prefigge l’arduo compito della riabilitazione morale e politica del romagnolo adulcorando una realtà che nei fatti continuava ad alimentare un’immanigine secolarizzata su dei clichè e degli sterotipi ormai indelebili.
romagnoli malfamati e facinorosi, settari campanilisti e sanguinari “mangiapreti”, rissosi repubblicani e libertari sanguigni.
Nobile scopo intellettuale e di parte che non riusciva però ad adulcorare una realtà che nei fatti continuava a dimostrare ciò che per per secoli aveva contribuito a creare un clichè ormai stereotipato del romagnolo.
Letterartura dotta e popolare, cronaca storica e criminale hanno, nel corso dei secoli, formato un’immagine sterotipata del carattere dei romagnoli.

“I preti non solo non indossano l’abito talare ma vestono addirittura da contadini con giacche colorate senza alcun distintivo della dignità sacerdotale; si recano al mercato dove comprano o vendono bestiame e indecorosamente accerezzano le mucche. Poi fanno comunella coi mercanti e coi senzali recandosi nell’osteria, dove bevono e molto spesso per far ritorno a casa hanno bisogno di uno che li accompagni, con grande scapito del decoro. Questi vini sono troppo alcolici e facilmente fanno ubriacare, perciò non pochi preti hanno questo vizio del bere” da una relazione della Sacra Congregazione Consictoriale “San Donnino Sunto della Relazione del Visitatore apostolico mons. Cardella vescovo di Sovana e Pitigliano Roma Tip Vaticana 1909” da “la romagna toscana dall’unità alla prima guerra mondiale” Lorenzo Bedeschi La Piè n° 1 1990

RUMAGNA
E dai ! Tott quent i l’ha cun la Rumagna,
Ch’e’ pè ch’la sia la cheva d’i assassen.
A gli è toti calogni d’birichen
Che l’invigia smardosa la si magna.

Invezi us pò zirè par la campagna
Ch’un baia gnanc un can da cuntaden;
Nissò pensa a rubè, tott is vò ben,
I lavora, i fadiga e i si guadagna.

E mel l’è ch’i va vi di tant in tant
E un s’in sa piò nutizia, tant’è vera
Che e’ Segreteri um ha cuntè che intant
E’ Sendich nov d’la Tera e d’Castruchera
l’ha fatto pruposta d’butè zo e’ campsant
Che intignimod is mor tott in galera.

ROMAGNA
E dai ! tutti quanti ce l’hanno con la Romagna,
Che sembra sia la cava degli assassini.
Sono tutte calunnie di biricchini
Che l’invidia smerdosa se li mangi.

Invece si può girare per la campagna
Che non abbaia nenche un cane da contadino;
Nessuno pensa a rubare, tutti si vogliono bene,
Lavorano, faticano e se li guadagnano.

Il male è che vanno via di tanto in tanto
E non se ne ha più notizia, tant’è vero
Che il Segretario mi ha raccontato che intanto
Il Sindaco nuovo di Terra del Sole e di Castrocaro
ha fatto proposta di demolire il cimitero
Che intanto muoiono tutti in prigione.

Olindo Guerrini 1920

L’origine del romagnolo

Ui era San Pietre e e Signor che j andeva in gir e j arivè in Rumagna.
Quand S. Pietre e vest se bel paies e ch l era spuplè l ha cmenz a mett ‘t la testa ma e Signor chi vleva fe e rumagnol.
E e Signor ui geve: Arcordat ben che i ven cattiv, ch i biastemma.
E ‘lora San Pietre un e vuleva cred.
E e Signor e da un chelz ‘t na castagna ad sumar e e selta so e rumagnol cun e su caplen int l’ureccia e e dis: Oh boja de Signor a so i qua.
– T l’ èvi dett cimm l’andèva a finì Pietre ?

C’era San Pietro e il Signore che andavano in giro e arrivarono in Romagna.
Quando San Pietro vide questo bel paese e che era spopolato ha cominciato a persuadere al Signore che voleva fare il romagnolo.
Il Signore gli diceva: Ricordati che vengono cattivi, che bestemmiano.
Allora San Pietro non voleva crederci.
Il Signore diede un calcio a una castagna di somaro e salta su il romagnolo con il suo cappellino calato sull’orecchio e dice: Oh boia del Signore sono qua.
– Te l’avevo detto come andava a finire Pietro ?

(da “saggio di novelle e fiabe in dialetto romagnolo di G. G. Bagli – Bologna 1887)

La fontana di Babilonia

Un re era malato, e non poteva guarire. Finalmente i medici gli ordinarono di bere l'acqua della fontana di Babilonia, per andare alla quale e tornarsene s'impiegava un anno e tre giorni. Il re vi mandò il maggiore de' suoi tre figli che aveva. Costui arrivò in un monte che stava tre minuti coperto e tre minuti scoperto dall'acqua; e lo passò con pochi salti del cavallo, mentre si scopriva. Ma prima di arrivare a Babilonia passò sulla sera davanti ad una casa, dove invitato da alcune donne si fermò, e dimenticò ogni cosa. Dopo che fu trascorso un anno e tre giorni, il re mandò via il secondo figlio; e questo si fermò dove era rimasto il primo. In ultimo il re mandò a prender l'acqua e a cercare i fratelli il figlio minore, che, senza dar retta agl'inviti delle donne, arrivò a Babilonia il giorno dopo che vi era stata una fiera. E siccome in quel paese sogliono dormire sei mesi ed altrettanto vegliare, subito dopo la fiera la gente si era addormentata tutta. Entrato il giovane in un albergo, trovò che l'oste e gli avventori dormivano; mangiò di quelle cose che trovò pronte in abbondanza, lasciando in paga una moneta sulla tavola. Indi mosso (dalla curiosità, girò le stanze superiori del palazzo, ed in una camera trovò una bellissima giovane che dormiva. Lo straniero le portò via un preziosissimo anello che figurava tra le molte gemme di cui era adorna; e con quello, presa l'acqua della fontana, tornò verso casa. Una sera arrivò dove erano i suoi fratelli, ed accettò di fermarsi per menarli con sé.
Ma nella notte le donne vuotarono l'acqua, portata da lui, nelle bottiglie dei fratelli, e nella sua misero dell'orina. Quando furono a casa, il figlio minore disse: - Prendete, babbo: questa è proprio della fontana di Babilonia. - Ma il re, appena l'ebbe sentita, ne ebbe a morire. Allora assaggiò quella del mezzano, e si sentì meglio; bevve quella del maggiore, e fu risanato. Il re mise il figlio più piccolo nel fondo di un carcere, e fidanzò il maggiore.
Intanto a Babilonia si erano svegliati; e la giovane, trovatasi mancare l'anello, aveva preso la sconosciuta moneta, lasciata dal forestiero sulla tavola dell'oste, per andarlo a cercare. Ella arrivò finalmente nel regno in cui la moneta aveva corso, andò alla corte, e si trovò presente alle nozze. A pranzo essa domandò al re se aveva solo due figlioli; ed egli rispose d'averne un altro, che teneva nel fondo di una torre. La donna pregò il re di voler mettere a parte di tanta gioia anche l'altro figlio.
Appena questi fu condotto nella sala, ella gli vide in dito il suo anello; ed il giovane confessò d'aver lasciata lui la moneta Così il padre venne a conoscere la verità, interruppe le nozze, mise in prigione gli altri due figlioli; e colla bellissima babilonese unì in matrimonio il figlio minore.

(Paolo Fabbri, Novelle popolari raccolte sui Monti della Romagna toscana, in Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari", voi. XXIV, pp, 16o)

E prem cant d'l'Inferan

E prem cant d'l'Inferan
An sera piò un zuvnot e gnanca anzian
quand am truvè int' un bosch ch'l'era tant scur
senza un sintir in vel, e fura d'man.

DICHIARAZIOUN UNIVERSELA DI DIRET UMEN

DICHIARAZIOUN UNIVERSELA DI DIRET UMEN

PREAMBLI

Considerèd che u riconoscimènt dla dignità cla riguèrda tot i mémbri dla famèia umèna e di su dirét, cumpagn e irrinunciabli, e costitués e' fundamènt dla libertà, dla giustizia e dla pèsa te mand;

Considerèd che la negazioun e el disprèz di dirét umèn i à port ma gist d'inciviltà che i ufènd la cuscinza dl'umanità, e che la cunquésta d'un mand duvè che al persouni al goda dla libertà at parola e at credo (foida) e dla libertà da la paura e da e' bsagn, l'è stè proclamèd cumè la piò granda aspirazioun dl'om;

Considerèd che l'è indispensabli che i dirét umèn i sia difois da lègi, se u s vò evitè che l'om u sia custrèt a ricora, cumè utma pusibilità, m'la ribelioun countra la tirania e l'opresioun;

Considerèd che l'è nicisèrii lavurè prì u svilòp ad relazioun d'amicizia tra toti al Nazioun;

Considerèd che i popli dli Nazioun Unidi ià ribadì tu Statut la su foida ti dirét umèn fondamentil, tla dignità e te valour dla persouna umèna, tl'uguaglienza di dirét dl'om e dla dona, e i à decis da lavurè prì e' prugrès suciél e prì un migliour tenour ad vita t'na libertà piò granda;

Considerèd che i Stèd dli Nazioun Unidi i s'è impegné a lutè, sla colaborazioun dli Nazioun Unidi stèsi, prì u rispèt e l'oservènza universèla di dirét umèn e dli libertà fondamentèli;

Considerèd che una concezioun unitèria at stì dirét e at stà libertà la è fondamentèla prì la completa realizazioun at tot stì impégn;

L'ASEMBLEA GENERELA

la proclama

la presènta dichiarazioun universèla di dirét umèn cumè ideél comun da cunquistè da tot i popli e da tot al Nazioun,s'u scop che ogni individui e ogni urganismi dla società, tnénd sempra presènta stà Dichiarazioun, u s'impègna a lavurè, s'l'insegnamènt e s'l'educazioun, prì u rispèt at stì dirét e at stlì libertà e ad garantin, miténd in àt iniziativi sempri piò numerousi at caratri naziunèl e internaziunèl, l'universèl e concrét riconoscimènt e rispèt, tent tra i popli di stés Stèd mémbri, quant tra quéi di teritòri che i è sotopost mla su giurisdizioun.

ARTICOLO 1 (Artécli 1)

Tot j essèri umèn i nàs lébri e cumpagn in dignità e dirét. Lou i è dutid ad rasoun e ad cuscinza e i à da operè, ognun ti cunfrunt at ch'j ilt, sa sentimint ad fratelènza.

ARTICOLO 2

Ogni persouna la à da beneficié at tot i dirét e at toti al libertà proclamid tla presènta Dichiarazioun, sènza alcuna distinzioun prì rasoun ad raza, ad culour, ad sesso, ad lèngua, ad religioun, ad idea pulética e upinioun divèrsi, ad nazionalità o suciéla, ad richèza, ad nascita o ad qualsiasi élta cundizioun.

Nisuna distinzioun la sarà stabilida tnénd count du stèd pulétich, giurédich o internaziunèl de paiois o del teritorii me quale una persouna l'aapartèn, c'u sia quest indipendènt, o c'l'èpa una aministrazioun fiducèria, o c'un sia autonomo, o c'u sia sugét ma qualsiasi tip ad limitazioun ad sovranità.

ARTICOLO 3

Ogni individuo l'à dirét ma la vita, m'la libertà e m'la sicurèza dla propia persouna.

ARTICOLO 4

Nisuna persouna la putrà èsa tnuda in stèd ad schiavitò o ad servitò; la schiavitò e la trata di s-cév al sarà pruibidi sata qualsiasi fourma.

ARTICOLO 5

Nisuna persouna la putrà èsa sotoposta m'la tortura o ma un tratamènt o punizioun crudeli, disumèni o degradènti.

ARTICOLO 6

Ogni individuo l'à dirét, at tot e' mand, m'u riconoscimènt dla su personalità giurédica.

ARTICOLO 7

Tot i è cumpagn davènti m'la lègia e i à dirét, senza discriminazioun, ma una uguèla protezioun da pèrta dla lègia. Tot i à dirét ma una uguèla protezioun countra ogni discriminazioun c'l'à sia cuntrèria m'la presènta Dichiarazioun cumè countra ogni incitamènt m'la discriminazioun stèsa.

ARTICOLO 8

Ogni persouna la à dirét ma una concréta pusibilità da fè ricours ma tribunil competint countra àt che i neghés i dirét fondamentil riconosciud ma èsa stèsa dala costituzioun o da la lègia.

ARTICOLO 9

Nisuna persouna la putrà èsa arèstèda, tnuda in prisoun o esiliéda arbitrariamènt.

ARTICOLO 10

Ogni persouna la à dirét, in pusizioun ad tutèla uguagliénza, ma una giosta e poblica udienza davènti m'un tribunèl indipendènt e imparziél, s'u scop da determinè i su dirét e i su duvir, e in piò da determinè la fundatèza ad qualsiasi acusa penèla c'la j venga rivolta.

ARTICOLO 11

  1. Ogni persouna acusèda d'una colpa la è presunta inocénta fina a quand la su colpevolèza lan sia stè pruvèda legalmènt t'un prucés poblich, te quale li la abia avù tot al garanzì nicisèrii prì la su difoisa.
  2. Nisuna persouna la sarà cundanèda prì azioun cumèsi o prì azioun non cumèsi al quali, t'e' mumènt c'agli è stè cumèsi o non cumèsi, lin fos prevésti cumè reéd sgand el dirét interni o sgand el dirét internaziunèl. Tu stès temp un putrà èsa infléta alcuna poina piò granda ad quèla prevésta te mumènt te quale la colpa la sia stè cumèsa.

ARTICOLO 12

Nisuna persouna la putrà èsa sotoposta ma interferenzi arbitrèrii tla su vita privèda, tla su famèia, tla su chésa, tla su corispondénza, né ma lesioun du su unour e dla su reputazioun. Ogni persouna la à dirét da èsa difoisa dala lègia countra al sudèti interferinzi o lesioun.

ARTICOLO 13

  1. Ogni persouna la à dirét m'la libertà ad muvimènt e ad residénza drointa i cunfoin ad ogni Stèd.
  2. Ogni persouna la à dirét da lasè qualsiasi paiois, cumprois e propii, e d'arturnè tu su paiois.

ARTICOLO 14

  1. Ogni persouna la à el dirét da ciarché e da usufruì, at ch'j ilt paìs, rifug' dal persecuzioun.
  2. St'el dirét un putrà èsa invuchéd te chés che la persouna la sia realmènt ricerchéda prì colpi non puletichi o prì azioun cuntrerii m'al finalità e m'i principi dli Nazioun Unidi.

ARTICOLO 15

  1. Ogni persouna la à dirét ma una citadinènza.
  2. Nisuna persouna la putrà èsa arbitrariamènt privèda dla su citadinènza, né del dirét ad cambié citadinènza.

ARTICOLO 16

  1. Umni e dòni in età giosta i à el dirét da spusès e da fundè una famèia, senza alcuna limitazioun ad raza, citadinènza o religioun. Lou i à i stés dirét riguerd e' matrimonii, durent e' matrimonii e t e' mumènt du su eventuèl scioglimènt.
  2. E' matrimonii e putrà èsa celebrèd snà s'u lébri e tutèl cunsèns di futur spus.
  3. La famèia l'è la cellula naturèla e fondamentèla dla società e la i à el dirét da èsa difoisa dala società e da u Stèd.

ARTICOLO 17

  1. Ogni persouna la à el dirét da avoi una proprietà su persunèla o insèn sa élta genta.
  2. Nisuna persouna la putrà èsa privèda ingiustamènt dla su proprietà.

ARTICOLO 18

Ogni persouna la à dirét m'la libertà ad pensiir, ad cuscinza, e ad religioun; st'el dirét e cumprènd la libertà ad cambié religioun e ad cambié credo, e la libertà ad manifestè, singolarmènt o insèn sa elta génta, e sia in poblich che in privèd, la propia religioun o e' propii credo tl'insegnamènt, tli pratichi, ti gist religius e tl'oservènza di rituel.

ARTICOLO 19

Ogni persouna la à dirét ma la libertà d'opinioun e d'espresioun cumprois el dirét da no èsa molestèda prì la propia upinioun e quèl da ciarché, ricéva e comuniché infurmazioun e idèi usand tot i mèzi e senza riguerd ma cunfoin.

ARTICOLO 20

  1. Ogni persouna la à dirét ma la libertà 'd riunioun e ad asociazioun pacéfica.
  2. Nisun e pò èsa custrèt a fè pèrta d'una asociazioun.

ARTICOLO 21

  1. Ogni persouna la à dirét da partecipè m'e' g-vèrni de propii paiois, sia diretamènt, sia prì mèzi ad rapresentint scilt liberamènt.
  2. Ogni persouna la à dirét da èsa asunta in cundizioun ad parità t'j impiégh poblich de propii paiois.
  3. La volontà populèra la è e' fundamènt dl'autorità de g-vèrni; stà volontà la à da èsa esprèsa da elezioun frequenti e leéli, organizèdi a sufrag' universèl e uguèl, a vot segrét, opure seguend una procedura ad vutazioun altretènt lébra e garantésta:

ARTICOLO 22

Ogni persouna, cumè pèrta integrènta dla società, la à dirét mla sicurèza suciéla, nonchè mla realizazioun atravèrs u sforz naziunèl e la cooperazioun internaziunèla e in armonia sl'organizazioun e al risoursi ad ogni Stèd, di dirét economich, suciél e culturil indispensabli m'la su dignità e m'u lébri svilop dla su personalità.

ARTICOLO 23

  1. Ogni persouna la à dirét m'u lavour, m'la lébra scilta dl'impiegh, ma giosti e dignitousi cundizioun ad lavour e m'la protezioun countra la disocupazioun.
  2. Ogni persouna, sènza nisuna discriminazioun, la à dirét m'una uguèla retribuzioun in cunfrount m'un uguèl lavour.
  3. Ogni persouna c'la lavoura la à dirét ma una pèga giosta e dignitousa c'la garantésa ma se stèsa e m'la su famèia una vita umèna dignitousa e aiutèda, quand l'è nicisèrii, da d'j ilt mèzi ad protezioun suciéla.
  4. Ogni persouna la à dirét da fundè dli organizazioun sindachéli e dèi la propia adesioun prì la difoisa di propii interis.

ARTICOLO 24

Ogni persouna la à dirét m'u ripos e m'el temp lébri, tnénd count ad conseguénza d'una giosta limitazioun dli ouri 'd lavour e ad ferie retribuidi.

ARTICOLO 25

  1. Ogni persouna la à dirét d'avoi una cundizioun ad vita c'l'ai permèta da garantì la saluta e e' benèsri propii e dla su famèia, s'una atenzioun particulèra m'l'alimentazioun, m'i vistid, m'la chésa, mli medicini e m'i servizi suciél nicisèrii, e la à dirét m'la sicurèza ti chés ad disocupazioun, malatì, invalidità, vedovènza, v-ciaia e at tot i chés ch'i duvés cumpurtè la perdita di mèzi ad susisténza a cheusa ad fàt indipendint dala su volontà.
  2. La maternità e l'infanzia agl'i à dirét ma curi e asisténza particulèri. Tot i burdill, nid al'intèrni de matrimonii o fura da e' matrimonii, i à da beneficié dla stèsa protezioun suciéla.

ARTICOLO 26

  1. Ogni persouna la à dirét ma l'istruzioun. L'istruzioun la n'à da custè gnint almeno in riferimènt mli classi elementèri e fondamentèli. L'istruzioun elementèra la à da èsa ubligatoria. L'istruzioun tecnica e prufesiunèla la à da èsa m'la purtèda ad tot e l'istruzioun superioura la à da èsa altretènt acèsébla ma tot in cunsiderazioun de mèrit ad ciascun.
  2. L'istruzioun la à da èsa indirizèda m'e' pin svilop dla personalità umèna e m'u rafurzamènt du rispèt di dirét umèn e dli libertà fondamentèli. Li la à da ricerché u svilop dla comprensioun, dla tolerènza, dl'amicizia fra toti al Nazioun, i grop ad razi divèrsi, i grop religius, e la à da favurì l'impègn dli Nazioun Unidi prì e' mantenimènt dla pèsa.
  3. I genitur i à el dirét ad priorità tla scilta del tip d'istruzioun da dè m'i propii fiull.

ARTICOLO 27

  1. Ogni persouna la à dirét da partecipè liberamènt m'la vita culturèla dla comunità, la à dirét da aprezè al belèzi dl'arte tli su svariédi fourmi e da contribuì m'e' prugrès dla scienza e da usufruì di su beneficc.
  2. Ogni persouna la à dirét m'la protezioun d'j interis murèl e materiil proveniint da ogni produzioun scientefica, leterèria e artestica creéda da la persouna stèsa.

ARTICOLO 28

Ogni persouna la à dirét m'un ourdni suciél e internaziunèl te quale i dirét e al libertà proclamid tla presènta Dichiarazioun i posa èsa completamènt realizid.

ARTICOLO 29

  1. Ogni persouna la à di duvoir ti cunfrunt dla comunità, snà drointa la quale l'è pusébli e' pin e lébri svilop dla su personalità.
  2. Tl'esercizii di su dirét e dli su libertà ogni persouna la à da èsa sotoposta snà ma cli limitazioun stabilidi dala lègia prì garantì u riconoscimènt e u rispèt di dirét e dli libertà ad ch'j ilt e prì sudisfè al giosti necesità dla morale, dl'ourdni poblich e de benèsri generèl 't una società democratica.
  3. Stì dirét e stlì libertà in pò, in nisun chés, èsa esercitid in cuntrast slì finalità e s'i princìpi dli Nazioun Unidi.

ARTICOLO 30

Nisuna pèrta dla presènta Dichiarazioun la pò èsa interpretèda tu sèns da arughés, da pèrta d'un qualsiasi Stèd o grop o persouna, un dirét da esercitè un'atività o da mèta in at un'azioun c'la épa u scop da prevariché di dirét o dli libertà proclamid tla Dichiarazioun stèsa.